IoLeggo :: Iodio-127
By alessandro.verona On 12 Oct, 2011 At 01:56 PM | Categorized As IoLeggo | With 0 Comments

di Andrea Marcelli

Illustrazione di Alessandra Perin

 

“Guardalo… Si sente proprio male!” Esclama la stagista, con la faccia incollata allo schermo. Non credo ci sia un termine più adatto per definirla: era una stagista prima e lo è tuttora, senza possibilità di appello. Certa gente non cambia affatto. Eccola che si toglie gli occhiali e pulisce le lenti con uno straccio ingrigito e sporco. Le indico il video e mi decido a prepararla al peggio: “Aspetta… vedi? Ora tossisce, ma tra un po’ sputerà sangue”. La stagista sgrana gli occhi, incredula. Fissa per qualche secondo la triste scena che si svolge come avevo predetto. Distoglie quindi lo sguardo e lo annega nello stesso fazzoletto con cui aveva pulito gli occhiali. Singhiozza come una poppante. Faccio spallucce e continuo la mia opera di montaggio. Non ho tempo da perdere a consolare
una sbarbatella proveniente da chissà dove: oggi mi attendono numerosi impegni e, come se non bastasse, l’agenda continua a riempirsi di minuto in minuto. Piano americano, mezzo busto… infine dettaglio del rivolo di sangue che cola dalla bocca, rosso
scuro come una mousse di lamponi. Poi, piano sequenza di grande effetto: i medici entrano nella stanza con le loro tute asettiche, come se la disinfezione dipendesse dal colore neutro degli abiti. Altra banalità: la pulizia nasce come esigenza estetica e solo dopo diventa un fatto clinico. Alcuni lo sorreggono, altri gli prestano le cure necessarie, infine lo conducono in un’altra sala, dove sarà
sottoposto ad esami di laboratorio. Che diamine, sarà pure vecchio, ma ha una tempra d’acciaio: non c’è però forza nei suoi occhi… solo rassegnazione.
Marta, che di solito mi dà le spalle lavorando all’altra scrivania, mi saluta con una pacca sulla spalla e mi porge un tazzone di caffè fumante. Poi si prende cura di quell’altra che non la smette più di rompere le scatole e le indica con delicatezza la porta del bagno. Scuoto la testa e sorseggio la bevanda, mentre con il cursore regolo la luminosità dell’inquadratura. Credo sia la cosa più buona che abbia bevuto da tre mesi a questa parte. Robusta di prima qualità e acqua che so essere purissima: un raro piacere in questi tempi tribolati. “Ha donato il suo corpo alla scienza” Commenta Marta, che ora si è fermata accanto alla mia postazione. Scuoto ancora la testa: “Non alla scienza. No. Queste cose le conoscono bene, gli scienziati”. Marta s’acciglia, ma non le do tregua: “Ha donato il suo corpo alla stampa. Ci hanno mentito e per colpa di questa menzogna lui è spacciato. Lo sapeva, perciò ci ha chiesto di seguirlo fino alla fine. Per testimoniare che questo è stato”. Mi risponde: “Lo sai bene che ci accuseranno di lucrare sulla sua agonia”. Mi piace questa sua capacità di affrontare i problemi: li isola e li inquadra, sa astrarre dal contenuto dell’oggetto e lo considera come pura forma. Insomma, capiamoci: è lì, davanti ad uno che crepa in un video di qualità quasi amatoriale; c’è sangue ovunque e quei quattro bastardi non sono certo rassicuranti nei loro camici. Perfino il sottoscritto non nasconde un brivido quando gli infilano un ago nel braccio, per farlo star tranquillo: lo so bene io e lo sanno bene anche loro che si tratta solo d’un palliativo. Marta invece non guarda il filmato, ma fissa un qualche punto lontano ben al di là di esso: lo vede mentre si colloca al centro di una rete di contatti. Vi ritrova le reazioni del pubblico, le critiche dei nostri avversari, i discorsi dei politici… Il suo occhio naviga oltre, ed entra nelle case della gente: a tavola, mansueta nel suo pranzo domenicale, transita casualmente su una rete locale – una canale ignoto, concesso loro da un qualche errore di sintonizzazione del digitale terrestre. Marta li vede, mentre posano il piatto inorriditi. Vede il padre, moralmente impietrito, ma segretamente appagato da quella scena macabra che ne stimola alcune aree del cervello ancor preda di una brutalità ferina. Vede i bambini: i più grandi non capiscono cosa accade, mentre i fratellini si disinteressano totalmente ad un qualcosa che per loro non ha valore. Vede anche una madre, che ha sposato un debole per sentirsi forte nelle quattro mura di casa: indignata, dopo alcuni secondi di pausa, intima al coniuge di cambiar canale… tanto sa che a notte fonda, in tutta solitudine, potranno godersi entrambi la replica di mezzanotte. Insomma, vede un sacco di cose la mia Marta – e non a caso è la responsabile dell’ufficio stampa. Dà inoltre un contributo fondamentale alla linea editoriale e si preoccupa pure delle relazioni di marketing. Tutto ciò grazie ad una qualità rara, che io chiamerei a pieno titolo lungimiranza. Sia ben chiaro: io quella sua lungimiranza me la porterei a letto. Tuttavia tra noi c’è un rapporto d’altro genere, che mi pesa definire per esteso. Per farla breve, credo proprio che se restassimo soli in una stanza d’albergo, lasceremmo stare i convenevoli affettivi e ci metteremmo subito a discutere di indici d’ascolto e psicologia dell’acquirente. Già me l’immagino: sarebbe una gran serata e berremmo qualcosa di esotico – come il bourbon – seduti sul letto matrimoniale della suite in maglietta e calzini corti. Rigorosamente a strisce colorate. Infine, stanco ed alticcio, mi distenderei sul tappeto dell’ingresso, avvolto nel mio sacco a pelo da montagna; e dormirei un sonno tranquillo. E’ un buon punto, quello di Marta: romperanno le scatole e non ci risparmieranno le loro
frecciatine caustiche nei confronti dell’editore. Poi toccherà a me vedermela con il panzone e finirà sicuramente male per tutti quanti… Qui, però, abbiamo un dovere che va oltre la banale difesa di una linea editoriale. La durezza delle immagini è ommisurata alla necessità di informare su quanto accaduto – possibilmente nel tempo più breve. Le dico: “Noi non presentiamo la verità: presentiamo i fatti”. Il mio maestro lo ripeteva sempre: “La verità è un qualcosa di logico: in genere, una frase è sempre verificabile, ma ciò significa anche che c’è sempre il dubbio che sia falsa finché qualcuno non ci ficca il naso. I fatti, invece, parlano da soli. I fatti non sono veri: sono carne e ossa, sangue e tessuti. I fatti sono un corpo. Un corpo non è né vero né falso. C’è e basta. I fatti, ti ripeto, parlano da soli”. Furono proprio i fatti ad ucciderlo. Qualche anno fa, decisero di risparmiargli l’onore di
diventare un martire del disastro che sarebbe accaduto di lì a poco. Morì prima di vedere le proprie ragioni confermate: lo tirarono giù dalle spese in un vicolo buio, vicino al locale dove andavamo sempre a bere l’ultimo. Bastardi. Fu allora che presi in mano la situazione, anzi, che tutti prendemmo in mano la situazione. Eravamo solo una redazione di provincia, ma avevamo tra le
mani roba scottante. Credevano forse che quel locale, quel covo di dissidenti, avrebbe chiuso per timore d’altri delitti? Si sbagliavano: il titolare fece la sua fortuna proprio in quei mesi – e come dargli torto? Trasse un piccolo beneficio da quella tragedia indicibile. Non fummo forti a sufficienza per smuovere l’opinione pubblica del Paese, ma almeno eravamo preparati a fronteggiare il conflitto, le radiazioni e la crisi umanitaria che seguì di lì a poco i terribili eventi che devastarono la nostra piccola nazione.
Fu così che, mentre lo Stato era allo sbando, qualcosa al confine orientale funzionava ancora: un paio d’uffici, una tipografia e due camionette dedicate alla distribuzione. Ben presto passammo all’azione, e ci concentrammo su ciò che sapevamo far meglio: stampammo volantini ed aggiornamenti sulle misure di sicurezza da adottare, organizzammo un bollettino dei dispersi e in
breve ci ritrovammo addirittura a capo di numerose unità di soccorso, poiché eravamo tra i pochi a disporre di apparecchiature elettroniche completamente funzionanti. Ora le cose stanno tornando alla normalità, anche se la gente là fuori soffre ancora e senza dubbio ci vorranno anni affinché tutto si sistemi. Allora resterà solo la memoria e, se non saremo lì a rinverdirla, scomparirà anch’essa assieme agli ultimi di noi abbastanza fortunati da aver raggiunto un’età veneranda. Per adesso m’accontento d’esser tornato a fare il mio solito lavoro, con poche speranze ma ancor meno illusioni. A volte, forse, basta la consapevolezza d’aver fatto la cosa giusta. Bevo il caffè. Il caffè più buono del mondo. Brindo al mio maestro. E’ stato fortunato: s’è risparmiato la delusione di sapere quanto sia triste scoprire d’aver ragione.

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