Musica fuori dal tempo (e dallo spazio) :: Intervista al Quartetto Desueto
By stefano On 12 Dec, 2011 At 10:28 PM | Categorized As IoAscolto | With 0 Comments

  di Cliff Secord

Vi è capitato ultimamente di fare attenzione alle canzoni che vi propongo le varie radio? No? Beh, a me sì. E in particolar modo andando in macchina, mentre mi dirigo a lavoro, mi sono accorto che le canzoni scelte, per quanto concerne il panorama italiano, sono molto simili tra loro. Testi e suoni molto simili, molto orecchiabili. Quasi le si può cantare al primo ascolto. Accidenti, non è possibile che sia tutto così! Allora ho cercato quei gruppi più piccoli, quelli che suonano nei locali delle nostre città e che non hanno doveri contrattuali di fare musica di massa. Ma, anche in questo caso, mi sono accorto che pochi hanno veramente qualcosa di diverso, qualcosa di alternativo da proporre. Bene questa intervista è fatta a un gruppo che si estranea da questo contesto e che cerca le più semplici novità, proponendo dei suoni dolci che derivano da elementi naturali che ci circondano e che hanno sempre fatto parte del mondo in cui viviamo, ma dei quali sempre più spesso ci dimentichiamo.
Per cercare di recuperare questi elementi perduti abbiamo voluto fare delle domande ad Aldo e Mauro del Quartetto Desueto:

Rompiamo il ghiaccio. Raccontatici chi siete: com’è nato il Quartetto Desueto.

Aldo: il Quartetto Desueto nasce del 2006 a Vittorio Veneto da quattro amici, due di loro fratelli. Il primo concerto l’abbiamo fatto al Bar Duomo della nostra cittadina, una domenica pomeriggio d’inverno. Ci siamo divertiti da matti quel giorno, proseguire l’esperienza era la cosa più naturale.

Il primo approccio con la musica?

Mauro: In famiglia, mio padre cantava nel coro degli alpini e mia madre era ed è una grande appassionata di musica lirica, il mio primo concerto attorno ai sei anni è stata “L’Aida” di Giuseppe Verdi all’arena di Verona, conservo ancora quel ricordo in maniera vivissima!
Aldo: Stavo per iniziare la terza elementare quando mio padre mi portò a visitare il Corelli, istituto musicale del Vittoriese. Scelsi la chitarra come strumento perché la direttrice dell’epoca mi disse, testuale: “Il pianoforte è più facile all’inizio e più difficile poi, la chitarra il contrario”: nella mia testolina di  bambino di 9 anni sembrava logico far più fatica in un primo momento, ammettendo che la dritta della segretaria avesse un senso. Mi appassionai presto anche allo studio dell’armonia. Dei primi saggi conservo un ricordo indelebile.

Una curiosità; il termine “desueto” che compone il nome della band è una parola particolare che definisce il non essere più abituati a qualcosa. La mia domanda è: a che cosa non siete o non  siamo più abituati?

Mauro: Non siamo più in grado di andare lentamente e di conseguenza si è persa l’abitudine alla lentezza che molto spesso aiuta a godere di più delle cose, in tutto domina la frenesia, sarebbe bello tentare anche con la musica di invertire un pochino questa tendenza, ci stiamo provando, ma al momento non c’è quasi neanche lo spazio per studiare col nostro strumento tra le mani… chissà se riusciremo anche solo in parte in questa impresa!
Aldo: l’aggettivo “desueto” oltre a quello che ben spiega Mauro significa anche  “non più in uso”, come un vecchio sentiero di montagna non più battuto, dove le erbacce sono cresciute e ne confondono il percorso, oppure come una targa commemorativa  sulla quale nessuno lascia più un fiore per esprimere un ricordo, un pensiero. Non possiamo ovviamente prescindere dal presente, ma ci sono molte cose dimenticate, alle quali non siamo appunto “più abituati”, che meritano d’esser ritrovate.

Ad oggi avete realizzato tre album: “Quartetto Desueto” del 2008, “Elementi desueti” del 2009, fino ad arrivare a “Mari Lontani” di quest’anno. Le vostre canzoni mescolano uno stile folk, jazz, reggae e in alcuni casi dei suoni “tropicali” se mi concedete quest’ultimo termine…cosa vi ispira, cosa cercate per le vostre canzoni?

Mauro: Ci ispiriamo a tutte le esperienze che la nostra vita ci propone:dagli elementi naturali che ci sostengono e circondano, con la loro bellezza, la loro energia e la loro severità, a tutto quello che la vita porta con sé in termini di riflessioni, domande, speranze, per arrivare al desiderio di creare un suono che sia il più possibile riconoscibile e, se possibile apprezzabile.
Aldo: Cerchiamo un’identità che sia un impasto delle nostre caratteristiche umane e musicali, una voce che sia ben riconoscibile. Con le nostre canzoni vogliamo far star bene le persone, emozionarle, farle pensare e anche ballare. Ma quando scrivi a questo non ci pensi. Semmai in un secondo momento, quando c’è da vestire una canzone con un appropriato arrangiamento. Scrivere una canzone è rispondere ad un’esigenza, hai un qualcosa che ti vibra dentro, che ti lascia inquieto. Finalmente trovi il modo di condensare un pensiero in una successione di suoni e parole. A quel punto inizia la fase del cesello, dove sistemi, limi, aggiungi od accorci, tagli e cuci, calibri la stesura delle varie sezioni e perfezioni la melodia.

Dove vi porterà la musica, ci sono altri generi che stuzzicano la vostra voglia di ricerca e che vorreste tentare?

Con la musica vogliamo viaggiare il più possibile. Incontrare persone, suoni e ritmi di altre terre. Questa è la cosa che più ci farà crescere ed arricchire. Sicuramente esploreremo ancor più il suono che arriva dall’Africa, nelle sue molte varianti,  e quello che hai definito “tropicale”, quel mix di Caraibi e Hawaii.

Avete suonato in luoghi atipici per un concerto, ci raccontate l’esperienza?

Mauro: L’amore per la montagna che i nostri genitori ci hanno trasmesso ci ha portato a tentare una strada per conciliare questa passione con l’amore per la musica, portandoci a realizzare dei concerti in luoghi che definire impervi è quasi riduttivo. Creste innevate, foreste, sorgenti e prati d’alta quota sono diventati teatro per i nostri concerti con un seguito di pubblico che ha stupito persino noi stessi… la gente che ha condiviso con noi queste esperienze era parte integrante del progetto e ha contribuito alla realizzazione dei concerti in maniera attiva trasportando materiali, cibo, tende e quant’altro…insomma una magia assoluta sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista umano. In particolare forcella della neve nei “Cadini di Misurina” (Dolomiti, ndr) in inverno a quota 2.500 nel marzo 2010, un paesaggio di bellezza assoluta a far da cornice alla nostra musica e un gruppo di amici intorno a godere con noi di questa esperienza.
Aldo: i concerti in montagna sono stati bellissimi, ma voglio ricordare anche quello in acustico sul pontile di Hanalei Beach a Kauai (Hawaii, ndr). Al tramonto il cielo s’infiammò letteralmente. Noi suonavamo le nostre canzoni, attorno quattro o cinque pescatori, qualche altra decina di ascoltatori, bambini in bicicletta e altri che si tuffavano. Sull’acqua surfisti, canoe, qualcuno con tavola da surf e pagaia, altri a nuoto. E la cornice di verde lussureggiante e pietra nera, dal sapore primitivo, dell’isola di Kauai. Benessere infinito.

…avete già in mente il prossimo luogo dove poter continuare questa “tradizione”?

Mauro: Ci stiamo pensando e qualcosa già sta prendendo forma, probabilmente la zona del monte Cavallo a ridosso dell’altopiano del Cansiglio nella primavera 2012. Quelle sono state le montagne dove abbiamo fatto le prime esperienze di alpinismo e in questo momento sono minacciate dalla speculazione legata agli impianti di risalita… qualcosa di mostruoso e senza senso visto che tra l’altro la quota della neve si sta alzando di anno in anno e l’area del monte Cavallo appunto non ha di certo altezze da permettere un innevamento sicuro. Insomma: pura speculazione.

Concludiamo con una domanda molto difficile. Che voto vi dareste ad oggi?

Mauro: Sette  e mezzo ma puntiamo all’otto
Aldo: Sicuramente otto per l’impegno. Sul risultato metto sette, con ampio margine di miglioramento.



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